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BASTA CHE FUNZIONI

Titolo originale: Whatever Works
USA - 2009 - 92 min
Genere: commedia, drammatico
Regia: Woody Allen
Soggetto: Woody Allen
Sceneggiatura: Woody Allen
Produttore: Letty Aronson, Stephen Tenenbaum
Distribuzione: Medusa Film
Interpreti e personaggi
Larry David: Boris Yellnikoff
Evan Rachel Wood: Melodie St. Ann Celestine
Henry Cavill: Randy
Patricia Clarkson: Marietta
Ed Begley Jr.: John
Conleth Hill: Leo Brockman
Michael McKean: Joe
Christopher Evan Welch: Howard
Fotografia: Harris Savides
Montaggio: Alisa Lepselter
Scenografia: Santo Loquasto
Costumi: Suzy Benzinger


Woody Allen presenta questa commedia sentimentale leggera, senza troppe pretese, senza mai smentire il proprio stile, facendo leva sui suoi marchi di fabbrica e aderendo alla perfezione al genere, che egli stesso ha evoluto in anni di carriera, portandolo all'apice culturale. Tutto chiaro e ordinato tal punto che il titolo “Basta che funzioni”, sembra diventare un motto per un cinema più semplice ed immediato.
La storia è quella di Boris, protagonista e narratore del film: è lui che si introduce mentre parla di religione e politica con i suoi amici, rivolgendosi direttamente in camera, evidenziando, come se ce ne fosse bisogno, quanto sia Allen stesso a parlarci. Boris è infatti un anziano solo, fastidioso, cinico e misantropo, si è divorziato dopo aver tentato il suicidio, e se un tempo era fisico affermato, ora campa dispensando lezioni di scacchi; spesso si lascia andare a deliri di onnipotenza: è convinto che sia l'unico essere sulla faccia della terra a possedere un visione cosciente del mondo e da ciò ne deriva il suo pessimismo cosmico e la sua scarsa fiducia nel prossimo. La sua concezione fatalista del mondo è che non esistono se, e non esistono ma, tutto va come deve andare basta che funzioni, perchè “il caso è un fattore della vita sbalorditivo”. L'incontro scontro con una ragazza del profondo sud stravolgerà la vita di Boris, e porterà a evolversi, in direzione di una maggiore accettazione delle stravaganze e diversità fra uomini e donne nei vari stadi dei rapporti sociali.
“Basta che funzioni” fa dell'oralità il suo punto cardine, come del resto tutti le commedie di Allen, e combinandosi con la figura di Boris, un ottimo Larry David, e della sua parlantina così lamentosamente insistente, diventa a pieno titolo uno dei film più riusciti del genere. Battute che si susseguono a raffica e senza tregua, in pieno stile esprit de l'escalier, che ascoltiamo mentre una regia piatta senza ghirigori (di certo non esaltante) descrive pedissequamente ciò che lo spettatore deve vedere per capire con semplicità, senza fronzoli, aggiungendo al massimo qualche citazione come nelle sequenze de “L'infernale Quinlan” che vengono proposte. Ma “Basta che funzioni” è anche una commedia dell'equivoco, in cui momenti molto divertenti e godibili si riscontrano proprio nel fraintendimento: le differenze dei personaggi portano a scontri comunicativi (il dialetto della ragazza, che nel doppiaggio italiano è reso malamente), culturali, generazionali (la differenza di età tra i due), sessuali (tra rapporti omosessuali, e menage a trois), religiosi (come non sottolineare i dialoghi su ebraismo e sul “cristianesimo democratico”). L'unica pecca di questo film, a mio parere, sono i momenti in cui Boris si rivolge direttamente allo spettatore, che trovo sia una via troppo facile da percorrere per creare un dialogo diretto col pubblico; un altro elemento di disturbo è sicuramente l'eccessiva autocelebrazione di Allen che dopo essersi immedesimato nel protagonista non fa altro che ripetersi (e ripeterci) di essere un genio.
Ma la semplicità della narrazione è la cosa che interessa di più ad Allen e così la commedia, ordinata sin dall'inizio, si conclude con l'attesa quadratura del cerchio, in cui tutto è spiegato (sempre oralmente), dove tutti vivranno felici e contenti, almeno finché funzionerà.

DISTRICT 9

USA/Nuova Zelanda – 2009 – 112 minuti
Lingua originale: Inglese, afrikaans
Genere: fantascienza, azione, thriller
Regia: Neill Blomkamp
Soggetto: Neill Blomkamp
Sceneggiatura: Neill Blomkamp, Terri Tatchell
Produttore: Peter Jackson
Casa di produzione: Key Creatives, QED International, WingNut Films
Distribuzione: Sony Pictures
Interpreti
Sharlto Copley: Wikus Van De Merwe
Jason Cope: Grey Bradnam
Nathalie Boltt: Sarah Livingstone
David James: Colonello Kobus Venter
Louis Minnaar: Piet Smit
William Allen Young: Dirk Michaels
Robert Hobbs: Ross Pienaar
Vanessa Haywood: Tania Van De Merwe
Fotografia: Trent Opaloch
Montaggio: Julian Clarke
Effetti speciali: Image Engine Design, Weta Workshop
Musiche: Clinton Shorter
Scenografia: Philip Ivey





Uno dei titoli della nuova stagione cinematografica che ha creato maggiori aspettative da parte del pubblico, grazie anche alla massiccia campagna virale che ha accompagnato l'uscita del film. Da una parte temevo che la ditta Peter Jackson produttore, più un giovane regista esordiente (Neill Blomkamp) avrebbe sfornato la proverbiale “americanata” (pur essendo il primo australiano e il secondo sudafricano); dall'altra avevo ancora stampato nella mente le immagini del cortometraggio “Alive in Joburg” dello stesso Blomkamp, a cui sapevo si sarebbe ispirato questo “District 9”.
Siamo a Johannesburg, sono passati circa 30 anni dall'arrivo di una nave spaziale che tuttora sovrasta immobile il cielo della città sudafricana. Gli alieni, comunemente chiamati “gamberoni” dalla popolazione locale, sono stati rinchiusi in una sorta di centro di permanenza temporaneo, il District 9 per l'appunto, dove hanno costruito una baraccopoli e vivono apparentemente tranquilli senza bramare di conquistare il mondo. Relegati nel loro ghetto, come i “nostri” immigrati, si arrabbattano alla ricerca di carne e del mangime per i gatti di cui sono ghiotti, ormai piegati al controllo degli umani, che rendono i loro tentativi di ribellione sempre più sporadici e meno proficui. All'interno del campo vige la legge di una gang nigeriana che, preso il controllo degli affari, dal controllo delle loro armi aliene (che solo i “gamberoni” hanno il potere di far funzionare), alla vendita del cibo e ai pochi oggetti tecnologici che tuttavia sono vietati dal governo. Dalle prime immagini del film, sottoforma di mockumentary, con le interviste ai membri della MNU (la multinazionale che si occupa della sicurezza del District 9) e della popolazione, abbiamo la testimonianza di come la società civile, non ha mai accettato, né ha favorito l'integrazione dei clandestini alieni, non sopportando l'idea che questi esseri così diversi potessero occupare la propria terra: c'è ad esempio l'uomo che suggerisce di sterminare gli alieni con un virus, memore dell'immaginario fantascientifico collettivo, come in “Indipendence Day”, dimostrando così di non aver ricavato la giusta lezione dell'esperienza dell'apartheid, propria della nazione sudafricana (il district 6 era per l'appunto uno dei ghetti in cui erano rinchiusi gli afrikaans). La vicenda narrata è quella dello sgombero del district 9 e al trasferimento degli alieni, supervisionato da un dirigente dell'MNU, che per una serie di casualità si ritroverà a vivere come uno dei gamberoni. e a fuggire dalla sua stessa organizzazione. Un film che riesce a coniugare azione, sparatorie, e smembramenti vari, richiamando con un sottile rappresentazione della psicologia temi come la segregazione razziale, e la xenofobia, che è prerogativa degli umani: gli alieni sono esseri ritenuti inferiori, stupidi (la MNU per lo sgombero gli affibbia nomi americani, e li obbliga a firmare un modulo) e incivili perchè mangiano cose schifose, che Blomkamp mette in relazione con i panini dei fast food di cui si cibano gli uomini. Per quanto, la loro teconologia bellica, quindi la potenzialità distruttiva, sia di gran lunga superiore a quella umana, che tenta di sfruttarli in tutti i modi per poterla studiare e copiare. E ancora quando l'uomo si contamina con la razza aliena diventa “l'essere più prezioso della terra”: prima dell'eugenetica e della fantascienza il raggiungimento dell'essere perfetto passava per l'amore e l'incontro fisico tra un uomo o una donna. Ora la ricerca spasmodica del superuomo è l'incontro della razza umana con l'essere alieno, senza procreazione solo con agenti chimici. E ultimamente, vista la poca fiducia che c'è nel mondo, quella poca che c'è è chiaramente riposta nell'innocenza dei bambini, o meglio nei piccoli, in questo caso neanche più umani.


INGLORIOUS BASTERDS

USA – 2009 – 153 minuti
Genere: pulp, macaroni war
Regia: Quentin Tarantino
Sceneggiatura: Quentin Tarantino
Produttore: Lawrence Bender, Quentin Tarantino
Distribuzione: Universal Pictures
Interpreti
Brad Pitt: tenente Aldo Raine
Christoph Waltz: colonnello Hans Landa
Eli Roth: sergente Donnie Donowitz
Michael Fassbender: tenente Archie Hicox
Diane Kruger: Bridget von Hammersmark
Daniel Brühl: Frederick Zoller
Til Schweiger: sergente Hugo Stiglitz
Mélanie Laurent: Shosanna Dreyfus
Enzo G. Castellari: comandante nazista
Fotografia: Robert Richardson
Montaggio: Sally Menke
Scenografia: David Wasco



Dopo tanta attesa finalmente ecco di nuovo film di Tarantino. E se dopo la visione di “Kill Bill”, mai mi sarei immaginato un film come “Death Proof”, oggi ancor più di ieri sono confermate queste mie (im)previsioni. Anche perchè è impossibile aspettarsi qualcosa da un film di Tarantino, maestro anche nel disaspettare ogni aspettativa. Un film geniale e totale. “Forse questo è il mio capolavoro” recita Brad Pitt, in una battuta che sa tanto provenire dalla bocca delo stesso regista.
Una delle famose armi di Tarantino riscontrabili fin dall'inizio è l'efferatezza con cui mette in campo personaggi caratterizzati come solo lui sa fare: nel primo capitolo ecco a noi il colonnello delle SS Hans Landa, il “cacciatore di ebrei”, soldato altamente carismatico che si nota per la sua capacità di dominare la psiche di chi interroga, ben presto succube della sua influenza. Nel secondo capitolo è presentato Aldo Reine, capo del drappello di soldati ebrei, i bastardi appunto, uomini che sembrano non avere più niente da chiedere alla propria vita se non la vendetta e che verranno scaraventati in Francia non per fare prigionieri, ma per uccidere quanti più nazisti possibili con una violenza spietata (come si trattasse di zombie). Poi c'è Shosanna, unica sopravvissuta allo stanamento e allo sterminio della sua famiglia da parte del nazista Landa, che fatalmente incontrerà di nuovo nelle nuove vesti di proprietaria del cinema in cui sarà proiettata la prima parigina del film sulle gesta eroiche di Frederick, timido soldato tedesco osannato come un semidio dal ministro della propaganda Goebbels. Scene che verranno studiate per anni e che diveranno epocali: fra la suspance (di hitchockiana memoria) suscitata nell'interrogatorio iniziale di Landa, in cui i suoi modi dapprima garbati ed amichevoli poi sempre più austeri e sottilmente intimidatori: camera fissa e sporadici lenti movimenti lungo l'asse orizzontale e quello verticale, in cui lo spettatore trepidante attende la svolta che arriverà. O nell'incontro, con tanto di stallo alla messicana, fra alcuni “bastardi”, i nazisti e la diva dell'espressionismo tedesco nonché collaborazionista alleata. O ancora nel finale al cinema dove le più alte cariche tedesche compreso lo stesso Hitler, assistono al film celebrativo dell'eroismo tedesco. Scene che si fondono magnificamente fra l'azione trucolenta e splatter dei basterd, suspance, dialoghi avvolgenti, riflessioni (quelle che vengono comunemente chiamate citazioni) sul cinema e sulla Storia dalla bocca degli stessi personaggi, e una fine ironia alternata a esileranti gag comiche, che valorizzano al massimo le ottime prestazioni dell'inedito cast: in primis quella del bravissimo Chrisoph Waltz (Landa), a me sconosciuto fino ad oggi, ma che non a caso ha vinto la Palma d'Oro come miglior attore per questo film: in secundis il poliedrico ed esaltante Brad Pitt, che mi sorprende sempre più. Ma degni di nota sono anche la vendicativa Mèlanie Laurent, il cui volto sghignazzante che svetta dallo schermo del cinema in fiamme in una scena che personalmente è già un cult, e la bellissima Diane Kruger che con la sua eleganza restituisce lo stile del personaggio da lei interpretato. Camei per Mike Myers che interpreta il generale Ed Fenech (uno dei tanti tributi), e per Enzo Castellari, regista di “Quel maledetto treno blindato” a cui si è ispirato Tarantino, da sempre appassionato fan dei b-movies italiani. Musiche preesistenti come al solito spettacolari, una colonna sonora fatta di marce e motivetti fischiettanti che tanto ricordano lo stile di quelle composte dal grande maestro Morricone.
Un film con un sottotesto impressionante e impossibile da descrivere, una rivisitazione della Storia che si trasforma in una storia dove vengono stravolti i ruoli fra eroi e soldati maledetti, fra vendetta pubblica e privata, fra vinti e vincitori, fra crimini efferati e violenze necessarie a risolvere una guerra: perchè la Storia la scrivono i vincitori, come ricorda Landa nel finale. E chi non vorrebbe ritrovarsi nella parte del vincitore e riscrivere la Storia (del cinema)?

FA LA COSA SBAGLIATA (THE WACKNESS)

Titolo originale: The Wackness
USA – 2008 – 99 minuti
Genere: commedia drammatica
Regia: Jonathan Levine
Sceneggiatura: Jonathan Levine
Casa di produzione: Occupant Films, SBK Pictures, Shapiro Levine
Distribuzione: Fandango
Interpreti
Josh Peck: Luke Shapiro
Ben Kingsley: Dr. Jeffrey Squires
Famke Janssen: Kristin Squires
Olivia Thirlby: Stephanie
Mary-Kate Olsen: Union
Jane Adams: Eleanor
Method Man: Percy
Aaron Yoo: Justin
Talia Balsam: Mrs. Shapiro
Fotografia: Petra Korner
Montaggio: Josh Noyes
Musiche: David Torn
Scenografia: Annie Spitz


Uno scatenato a spassoso Ben Kingsley è l'arma in più di questa gradevole commedia drammatica del giovane regista Jonathan Levine che, con il suo stile personale, ci restituisce l'atmosfera dell'East Side di Manhattan di inizio anni '90. Un buon film che non a caso vince il Sundence Film Festival dello scorso anno come migliore opera drammatica.
Luke Shapiro si ritrova spesso a parlare con il dottor Squires: il ragazzo è il suo spacciatore di fiducia, quello che gli rimedia l'erba, mentre lo psicanalista è un uomo in piena crisi di mezza età che assume un po' di tutto, e che dispensa pillole di saggezza (piuttosto che quelle antidepressive) al suo giovane amico. Luke si è appena diplomato, ma ha problemi a relazionarsi con gli amici, non è mai stato con una donna e si nasconde dietro la musica hip-hop che si spara a cannone nelle orecchie mentre i genitori litigano. Parallelamente al rapporto confidenziale di amicizia che si istaura fra i due, si delinea presto quello sentimentale che Luke intraprende con Stephany, la figliastra di Squires, di cui è follemente innamorato. Il tutto in una New York dove il sindaco sceriffo Rudi Giuliani, criticato allo strenuo in tutto l'arco del film, fa mettere in galera i barboni, “quasi a nascondere la mondezza sotto il tappeto”, al pari di Luke che cerca di nascondere i propri problemi piuttosto che affrontarli, quando il dottore invece vorrebbe avere la sua età “per poter cadere, e poi rialzarsi” e ricominciare tutto con lo spirito di un ragazzo. Una storia che fonde la crisi adolescenziale e quella adulta, con il confronto scontro mai banale fra i due amici, che coglieranno i giusti aspetti l'uno dell'altro, imparando a accettare il dolore e farlo diventare parte integrante delle proprie esperienze, senza tentare di fuggirlo: e se da una parte il dottore vede sintetizzarsi l'illusoria evasione dai propri pensieri nella droga (intesa come antidepressivi), Luke da spacciatore vede in questa la soluzione dei problemi economici che attanagliano la sua famiglia che sta per essere sfrattata. “La droga è un grido d'aiuto e questo è il mio grido d'aiuto” enuncia presentando la sua storia (e quella di Squires). In poche parole i due sono fortemente complementari, molto più di quanto Luke lo sia con Stephany, e il dottore con la sua donna, le due componenti femminili negative. Una regia in cui spiccano, le animazioni oniriche di Luke, i suoi “sogni impuri”, le panoramiche dei paesaggi che cambiano di pari passo con l’umore dei protagonisti, così come si alternano colori freddi e caldi; forse per quanto riguarda il ritmo del film c’è qualche pecca nella parte centrale, in cui a tratti il film sembra stancante. Da sottolineare la stupenda colonna sonora con le canzoni hip hop (e non solo), in cui risaltano i brani che ascolta Luke, da i A Tribe called Quest, al Wu Tang Clan, da Notorius Big, al reggae dei Pioneers, che nel film verranno contrapposte ai gusti musicali del dottor Squires, che invece svariano dal Rock classico dei Grateful Death alla musica classica di Haydn. Al di tutto là, dispiace non vedere più spesso Ben Kingsley impegnato in ruoli (come questo) che risaltano il suo indiscutibile talento. Continuo a non capire il perché delle traduzioni dei titoli, ovvero come si possa trasformare “Wackness” (stravaganza) in “Fa la cosa sbagliata”, così tanto per parodiare il film di Spike Lee.

THE INFORMANT!

Stati Uniti – 2009 – 108 minuti

Genere: commedia, drammatico, thriller

Regia: Steven Soderbergh

Soggetto: Kurt Eichenwald

Sceneggiatura: Scott Z. Burns

Produttore: Kurt Eichenwald, Jennifer Fox, Gregory Jacobs, Michael Jaffe, Howard Braunstein

Produttore esecutivo: George Clooney, Michael London, Jeff Skoll

Casa di produzione: Warner Bros. Pictures

Interpreti

Matt Damon: Mark Whitacre

Scott Bakula: Brian Shepard

Melanie Lynskey: Ginger Whitacre

Thomas F. Wilson: Mark Cheviron

Frank Welker: Mr. Whitacre

Patton Oswalt: Ed Herbst

Joel McHale: Robert Herndon

Fotografia: Peter Andrews

Montaggio: Stephen Mirrione

Musiche: Marvin Hamlisch

Scenografia: Doug J. Meerdink


Dopo l'agiografico “Che”, Steven Soderbergh, che ormai da diversi anni sforna film ad una media impressionante, ci presenta questa divertente e appassionante spy story, e si affida all'amico Matt Demon, affibbiandogli il ruolo di protagonista assoluto per questo “The informant”, basato su una storia vera e tratto dall'omonimo libro inchiesta di Kurt Eichenwald.

Mark Whitacre è un chimico di successo di una multinazionale del settore agroalimentare, è un uomo integerrimo e un padre modello: ha una moglie che lo ama e lo accondiscende nelle sue scelte, un figlio suo e due adottati, possiede una casa magnifica, un parco macchine da far gola a chiunque, e in ambito lavorativo con applicazione e costanza ha costruito la sua realizzazione e la stima dei colleghi: tutto questo partendo da lontano, come racconta egli stesso, dopo la morte dei suoi genitori in un incidente quando era ancora bambino e dopo essere stato adottato da un ricco texano che ha potuto permettergli gli studi nelle migliori scuole. Ma proprio durante il suo exploit personale, un ricatto economico sconvolge e compromette l'equilibrio che a fatica aveva conquistato, e previa richiesta da parte della sua stessa società, inizia una collaborazione con l'FBI per smascherare l'estorsore, che è a conoscenza dei motivi del buco finanziario che affligge la società. Ma il suo contributo alle indagini si trasforma ben presto nel voler ostinatamente dare le prove di come l'azienda sia d'accordo con altre multinazionali per mantenere elevato il costo del mais nel mercato globale, al fine (secondo lui) di eliminare le mele marce, e premiare i lavoratori onesti come lui animati solo dalla genuinità e dall'onestà morale. In un crescendo di fine ironia, follia, e colpi di scena si arriverà finale in cui l'equilibrio iniziale pare sia stato ristabilito.

Un film davvero ben congeniato sia nella scelta delle atmosfere candide, sottolineate da una colonna sonora appropriata come non mai, sia nel crescendo esponenziale dell'intrigo, che nella delineazione dei personaggi: dalla moglie di Whitacre con i suoi sguardi assenti, ancor più innocenti del marito: ai due agenti dell'FBI che coordinano l'attività spionistica, i cui volti davanti alle clamorose bugie di Whitacre sono fra gli elementi più comici del film. Ma soprattutto è notevole la grande prova attoriale di un Matt Demon all'ingrasso che definisce perfettamente il suo personaggio, tra sguardi di calma e d'improvvisa esaltazione, fra le sue ammissioni in cui né gli spettatori né i vari confessori che di volta in volta gli si profilano davanti riescono a cogliere le verità e le menzogne, ma anche nei suoi pensieri che caratterizzano il film, dove, nei momenti meno opportuni, delucida informazioni che niente hanno a che vedere con ciò che gli accade intorno, sintetizzando alla perfezione l'impressione di estraniazione (e di alterazione mentale) che caratterizza Whitacre. Un personaggio innocente (e malato) che si ritrova a confrontarsi con mondi, quello economico di una multinazionale e quello governativo e spionistico dell'FBI, in cui morale e interessi, verità e menzogna, si mischiano di continuo: temi che richiamano una sorta di esistenzialismo moderno che ultimamente va per la maggiore, e che registi, scrittori e artisti non disdegnano di trattare anche in chiave ironica (vedi anche “Burn After Reading”).

DRAG ME TO HELL

USA - 2009 - 99 min

Genere: Horror

Regia: Sam Raimi

Sceneggiatura: Ivan Raimi, Sam Raimi

Produttore: Robert Tapert, Sam Raimi, Grant Curtis

Produttore esecutivo: Joe Drake, Nathan Kahane, Joseph Drake

Casa di produzione: Ghost House Pictures, Buckaroo Entertainment

Interpreti:

Alison Lohman: Christine

Justin Long: Clay

Lorna Raver: Mrs. Ganush

David Paymer: Mr. Jack

Dileep Rao: Rahm Jas

Reggie Lee: Stu Rubin

Fotografia: Peter Deming
Montaggio:
Bob Murawski

Musiche: Christopher Young


Il ritorno di Sam Raimi al genere che tanto gli sta a cuore, dopo l'esperienza dei vari Spiderman. Finalmente direbbe qualcuno.

É la storia di Christine che lavora in una società finanziaria, una di quelle in cui per fare carriera bisogna essere squali, non guardare in faccia nessuno nè provare alcun sentimento per i propri clienti (a maggior ragione la compassione), e dove soprattutto si deve intraprendere una sfrenata e spregiudicata battaglia con i propri colleghi a chi lecca di più il culo al capo. Questo atteggiamento è sintetizzato alla perfezione dal collega di Christine, con cui si sta giocando la promozione. Ma l'ingenua Christine insiste sulla sua nobiltà d'animo e si rifiuta di giocare sporco, risultando un po' tonta come (d'altronde suggerisce lo sguardo da pesce timorato dell'attrice che la interpreta).
Un giorno nell'ufficio si presenta una disgustosa e sudicia vecchia gitana che chiede una proroga ai pagamenti che deve alla banca, e che, dopo averla implorata, di fronte al rifiuto di Christine che deve tutelare gli interessi della finanziaria minaccia di vendicarsi su di lei per averla umiliata di fronte ai presenti. La vendetta della vecchia non stenterà a riproporsi quando in un garage va di scena la colluttazione con la donna, nella quale entrambe ritrovano un'energia che finora non avevano palesato, il tutto condito dalla maledizione finale con tanto di invocazione al demone a cui chiede di tormentarla: ora che la trama è stata imbastita, proprio durante la lotta fra i due, finalmente, si inizia a vedere lo stile singolare di Raimi, che fino a questo punto del film aveva optato per una regia piuttosto impersonale.E con tutta onestà era l'aspetto del film che mi interessava di più. Perchè chi conosce il Raimi autore, non quello di Spiderman, sa cosa si deve aspettare da un suo film. Di sicuro non una trama originale, o una storia altamente significativa, ma piuttosto un codice di espressione. Tutto il film ora sa di ridicolo e di presa in giro dello spettatore: Sam Raimi ci mette il suo nella caratterizzazione della vecchia, che sembra essersi mantenuta sottovuoto dai tempi (di certo più gloriosi) della serie La Casa. Dopo tanti anni le foglie tornano a muoversi sospinte dal vento, i personaggi solitario in casa, spaventati da cigolii molesti, oggetti che inizano a sbattere, finestre che si infrangono, i tagli storti dell'inquadratura e i tumultuosi movimenti di camera che preannunciano la presenza di un'entità maligna. La comicità nelle colluttazioni con la vecchia strega e con il demone, il grottesco funerale zingaresco, la cena di Christina con la famiglia del fidanzato, in pieno stile americano, che ripete frasi fatte alla John Wayne, con i primi piani delle loro bocche liftate, e altre scene fini a se stesse inserite in un contesto estraniante portano ad un'escalation di follia che culmina nel finale, che assume tratti assurdi ed estremamente comici, quasi ai livelli de “L'armata delle tenebre”. Questo crescendo, immagino non farà altro che aumentare lo sbigottimento di alcuni spettatori che, non conoscendo Raimi, si aspetteranno tensione e paura in un film erroneamente etichettato come horror, che invece, con autoironia, diventa parodia del genere stesso filtrato attraverso gli occhi (e il linguaggio) del giovane/vecchio Raimi.




"Drag me to hell" trailer