DRAG ME TO HELL

USA - 2009 - 99 min

Genere: Horror

Regia: Sam Raimi

Sceneggiatura: Ivan Raimi, Sam Raimi

Produttore: Robert Tapert, Sam Raimi, Grant Curtis

Produttore esecutivo: Joe Drake, Nathan Kahane, Joseph Drake

Casa di produzione: Ghost House Pictures, Buckaroo Entertainment

Interpreti:

Alison Lohman: Christine

Justin Long: Clay

Lorna Raver: Mrs. Ganush

David Paymer: Mr. Jack

Dileep Rao: Rahm Jas

Reggie Lee: Stu Rubin

Fotografia: Peter Deming
Montaggio:
Bob Murawski

Musiche: Christopher Young


Il ritorno di Sam Raimi al genere che tanto gli sta a cuore, dopo l'esperienza dei vari Spiderman. Finalmente direbbe qualcuno.

É la storia di Christine che lavora in una società finanziaria, una di quelle in cui per fare carriera bisogna essere squali, non guardare in faccia nessuno nè provare alcun sentimento per i propri clienti (a maggior ragione la compassione), e dove soprattutto si deve intraprendere una sfrenata e spregiudicata battaglia con i propri colleghi a chi lecca di più il culo al capo. Questo atteggiamento è sintetizzato alla perfezione dal collega di Christine, con cui si sta giocando la promozione. Ma l'ingenua Christine insiste sulla sua nobiltà d'animo e si rifiuta di giocare sporco, risultando un po' tonta come (d'altronde suggerisce lo sguardo da pesce timorato dell'attrice che la interpreta).
Un giorno nell'ufficio si presenta una disgustosa e sudicia vecchia gitana che chiede una proroga ai pagamenti che deve alla banca, e che, dopo averla implorata, di fronte al rifiuto di Christine che deve tutelare gli interessi della finanziaria minaccia di vendicarsi su di lei per averla umiliata di fronte ai presenti. La vendetta della vecchia non stenterà a riproporsi quando in un garage va di scena la colluttazione con la donna, nella quale entrambe ritrovano un'energia che finora non avevano palesato, il tutto condito dalla maledizione finale con tanto di invocazione al demone a cui chiede di tormentarla: ora che la trama è stata imbastita, proprio durante la lotta fra i due, finalmente, si inizia a vedere lo stile singolare di Raimi, che fino a questo punto del film aveva optato per una regia piuttosto impersonale.E con tutta onestà era l'aspetto del film che mi interessava di più. Perchè chi conosce il Raimi autore, non quello di Spiderman, sa cosa si deve aspettare da un suo film. Di sicuro non una trama originale, o una storia altamente significativa, ma piuttosto un codice di espressione. Tutto il film ora sa di ridicolo e di presa in giro dello spettatore: Sam Raimi ci mette il suo nella caratterizzazione della vecchia, che sembra essersi mantenuta sottovuoto dai tempi (di certo più gloriosi) della serie La Casa. Dopo tanti anni le foglie tornano a muoversi sospinte dal vento, i personaggi solitario in casa, spaventati da cigolii molesti, oggetti che inizano a sbattere, finestre che si infrangono, i tagli storti dell'inquadratura e i tumultuosi movimenti di camera che preannunciano la presenza di un'entità maligna. La comicità nelle colluttazioni con la vecchia strega e con il demone, il grottesco funerale zingaresco, la cena di Christina con la famiglia del fidanzato, in pieno stile americano, che ripete frasi fatte alla John Wayne, con i primi piani delle loro bocche liftate, e altre scene fini a se stesse inserite in un contesto estraniante portano ad un'escalation di follia che culmina nel finale, che assume tratti assurdi ed estremamente comici, quasi ai livelli de “L'armata delle tenebre”. Questo crescendo, immagino non farà altro che aumentare lo sbigottimento di alcuni spettatori che, non conoscendo Raimi, si aspetteranno tensione e paura in un film erroneamente etichettato come horror, che invece, con autoironia, diventa parodia del genere stesso filtrato attraverso gli occhi (e il linguaggio) del giovane/vecchio Raimi.




"Drag me to hell" trailer

EL MAQUINISTA (L'UOMO SENZA SONNO)

Spagna – 2004 - 102'
Genere: thriller, drammatico
Regia: Brad Anderson
Soggetto: Scott Kosar
Sceneggiatura: Scott Kosar
Casa di produzione: Paramount Classics
Interpreti:
Christian Bale: Trevor Reznik
Jennifer Jason Leigh: Stevie
Aitana Sánchez-Gijón: Marie
John Sharian: Ivan
Michael Ironside: Miller
Larry Gilliard Jr.: Jackson
Reg E. Cathey: Jones
Fotografia: Xavi Giménez
Montaggio: Luis De La Madrid
Musiche: Roque Baños
Scenografia: Alain Bainée
Costumi: Patricia Monné, Maribel Pérez


“Mi chiamo Trevor Reznik e sono magrissimo. Tutti mi dicono che se fossi un po’ più magro non esisterei. Lavoro come macchinista in una fabbrica. L’altro giorno ho conosciuto Ivan, e ho avuto un dejà vu. Qualcosa mi impedisce di dormire da un anno.”
Questa potrebbe essere la presentazione del protagonista di “El maquinista”: il genere di presentazioni che si fanno nei gruppi di sostegno per malati gravi (quelli alla “Fight Club” per intenderci) e ai quali parteciperebbe Trevor se fosse dotato di vita propria al di là di questo bellissimo film. Brad Anderson, è un regista poco conosciuto, ma autore di un altro bel thriller “Session 9”, e di questo thriller che vede inoltre la magistrale interpretazione di un Christian Bale letteralmente “ridotto all’osso”, e che personalmente mi ha colpito per la capacità di prostrarsi di fronte all’interpretazione di un personaggio, che va al di là dei ruoli precedentemente (e successivamente) recitati. Trevor è un uomo arrendevole, mai sorridente, sconsolato, metodico nell’occupare il tempo che toglie al riposo e al sonno che non ha, e che ha minato il proprio corpo nel profondo, a tal punto da ridurlo in uno scheletro, smunto e angosciante: lustra le mattonelle del bagno, si riempie la casa di post-it con su scritto cosa fare, legge “L’idiota” di Dostojevski, guarda per ore programmi televisivi che lo inebetiscono, ogni notte va in un caffè all’aeroporto dove si intrattiene con la cameriera, e con regolarità frequenta una prostituta, sua vicina di casa e per questo anche sua amica e confidente. La sua quotidianità, piuttosto che dal farsi del giorno e della notte, è scandita dal ripetersi di queste azioni meccaniche e sistematiche: non a caso Trevor lavora in una fabbrica cupa, pericolosa né più né meno di quelle reali, piena di colleghi ostili che gli danno l’impressione di essere congiurati che partecipano ad un complotto, del quale lui sembra essere destinatario. Fra luoghi angusti con tonalità verdi, blu o gialle, spazi ristretti con grande profondità di campo quasi ad indicare la lunga strada del rimosso, nel quale vaga il senso di colpa di Trevor/ Christian Bale, che, tra ricordi, lapsus continui e flash, tenta di ricercare e ricostruire i pezzi del puzzle (o meglio risolvere il gioco dell’impiccato che lo tormenta) per trovare il senso di se stesso, della propria mente. “Il senso di colpa arriva sempre molto lontano” ripete Trevor in uno dei dialoghi apparentemente non esplicativi, ma che in realtà, insieme a tutti i particolari di cui è disseminato il film, chiudono il cerchio sui meandri della sua e della nostra mente. Sfumature genialmente inserite, come il viaggio nella giostra dell’orrore (la route 666) con il figlio della cameriera che frequenta, in cui riaffiorano i dejà vu di Trevor, dall’incidente automobilistico, dalla cameriera assassina, all’indiano con il braccio in mano, dal colpevole impiccato, alla casa del piacere. Un film studiato a fondo dalla trattazione del personaggio, alla sua caratterizzazione visiva, ai dettagli, che ritornano in continuazione, alla spettacolare colonna sonora in stile hitchockiano, sia nell’uso dell’eterofono (“Spellbound”), sia nella caratura drammatica e di suspance; molti richiami all’angoscia suscitata dai di film di Cronenberg (“Il pasto nudo” in primis, ma anche “Inseparabili” e “Spider”), come allo stesso Hitchcock di “Psycho”. Davvero coinvolgente e realistico (la mia personale esperienza è d’accordo con l’idea che il primo effetto di un trauma legato al senso di colpa è l’insonnia); a mio parere fra i numeri uno dei thriller a stampo psicologico.


"El maquinista" trailer USA

MARTYRS

Francia/Canada - 2008 - 97 min
Genere: drammatico, horror, torture porn
Regia: Pascal Laugier
Soggetto: Pascal Laugier
Sceneggiatura: Pascal Laugier
Produttore: Richard Grandpierre, Simon Trottier
Interpreti:
Morjana Alaoui: Anna
Mylène Jampanoï: Lucie
Catherine Bégin: Mademoiselle
Robert Toupin: il padre
Patricia Tulasne: la madre
Isabelle Chasse: la creatura
Fotografia: Stéphane Martin, Nathalie Moliavko-Visotzky
Montaggio: Sébastien Prangère
Effetti speciali: Carmelle Beaudoin, Jacques Godbout
Musiche: Alex Cortés, Willie Cortés


Lucie, una ragazzina poco più che bambina corre via urlando da un edificio abbandonato visibilmente scossa, sporca, insanguinata, denutrita, vittima di chissà quale abuso. Segue un finto reportage sul suo ritrovamento e le immagini dell’istituto dove si tenta di riabilitarla, e dove conosce Anna, sua coetanea che l’accompagnerà nella crescita, la cui vicinanza l’aiuterà a riportare sprazzi di normalità nella sua vita. Quindici anni dopo, una tranquilla famiglia borghese sta facendo colazione nella propria villetta, quand’ecco suonare la porta. Si ripresenta la nostra ragazzina ormai cresciuta, con un fucile in mano e che senza dire niente fa secco il capofamiglia e dopo essersi accanita sugli altri componenti impreca contro i cadaveri, maledicendoli per averla tenuta in ostaggio e torturata.
Inizia così “Martyrs”, film scandalo del 2009. Apparentemente dalle prime scene sembra di assistere all’ennesima e inutile riproposizione del horror claustrofobico (genere detto anche torture porn) che da i vari “Saw”, “Hostel”, e “Le colline hanno gli occhi”, ha fatto proseliti inadeguati allo spessore dei loro predecessori. Ma è appunto un’impressione. Il regista Pascal Laugier, già autore del ghost horror “Saint Ange” ci presenta questo bellissimo e perturbante film: “Martyrs” è un film sul senso di colpa impossibile da rimuovere, che attanaglia, che fa riversare i propri incubi nella realtà e che la rende violenta e vendicativa. Riprese convulse, un montaggio rapidissimo alternato a scene lente e infinite, che da i tempi e il ritmo al cuore palpitante dello spettatore facilmente conquistato subito dopo il titolo; un thriller psicologico, malato, in cui la violenza (a differenza di come è stato etichettato e stroncato prepotentemente dalla critica ufficiale) non è mai gratuita; non è così negli occhi di Lucie, nella sua mente vendicativa turbata dall’onta di non aver salvato una donna condannata anche essa al martirio, mente che trova una via di fuga solo quando si relaziona con la sua fedele amica/amante (che non la abbandona, che non la giudica neanche quando si infligge sul proprio corpo i segni della tortura). Ma “Martyrs” sono anche (e soprattutto) i martiri, coloro che sfruttano la propria sofferenza, il proprio dolore per andare oltre, superare il supplizio, per trascendere la propria corporeità, come chiarisce la donna a capo dell’organizzazione di carnefici, che ha appunto come scopo il raggiungimento la trascendenza fisica: “Rinchiudete qualcuno in una stanza buia, comincia a soffrire, nutrite questa sofferenza in maniera metodica, sistematica e fredda e che duri a lungo. Il vostro soggetto passa attraverso stati multipli: dopo del tempo il suo trauma, questa piccola fessura così facile da procurare gli fa vedere cose che non esistono proprio”. E ancora: “La gente non ha più intenzione di soffrire. Il mondo è fatto a questo modo. Ci sono soltanto vittime, i martiri sono molto rari. Un martire è un essere eccezionale sopravvive alla sofferenza, alla privazione di tutto, lo si carica dei mali della terra e si abbandona, trascende”. Le immagini poco sature e fredde degli ambienti bianchi e asettici che di colpo si riscaldano e si ravvivano col sangue, la resa visiva della sofferenza, come dell’estasi, nei volti delle due bravissime attrici, la rappresentazione dei contrasti che animano la vita umana, e molte scene che sono chicche per gli amanti del genere (e del cinema intero), fanno di “Martyrs”, un film geniale sia nei temi che nella realizzazione.



"Martyrs" trailer